Archivio per : agosto, 2013

CLASSE DIRIGENTE …

classe dirigente

L’editoriale del New York Times di mercoledì 7 agosto è completamente dedicato al “problema Italia”: non solo Berlusconi, ma anche un centro-sinistra incapace di esprimere un leader ed un programma (http://www.today.it/rassegna/editoriale-berlusconi-new-york-times.html).

Al di là del clamore suscitato, nel resto del mondo, non tanto pare in Italia, dalla sentenza di colpevolezza dell’ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi, lo spunto offerto dalla stampa americana  è un ghiotto punto di partenza per soffermarsi, tra i tanti, su un aspetto, credo, fondamentale della politica italiana.

Tra le responsabilità più  gravi dei partiti e  dei politici di ogni schieramento, spesso implicati in storie di corruzione e generale incoerenza, la prima e’  quella di non aver saputo creare alcun ricambio politico generazionale, di non essere stati in grado  o di non aver voluto creare o formare una nuova classe dirigente. La nostra politica è sintetizzata oggi – e chi sa per quanto tempo ancora –  da un partito in cui regna una leadership  spinta fino  all’eccesso dell’idolatria personale e da una compagine politica caratterizzata dall’assenza completa della figura stessa di un leader che da luogo ad una lotta “fratricida” per il posto vacante. Due poli completamente opposti con al centro una voragine che determina e rappresenta il vuoto della politica: un vuoto che  genera l’antipolitica o una vera e propria apatia, il disinteresse totale verso la res pubblica e tutto ciò che essa dovrebbe rappresentare.

Neanche fosse  uno spot pubblicitario tutti, compreso il movimento 5 stelle (spesso ingabbiato dagli umori del leader,  tra l’altro, fuori del parlamento), che pure si era presentato come il “nuovo”, invocano un rinnovamento della classe dirigente e la logica della rottamazione, piuttosto che quella della coesione per il bene comune, pervade i luoghi della politica. Il rinnovamento non deve cominciare dalla rottamazione, semplicemente invocata per assecondare strategie di marketing politico, ma dall’oneroso impegno della formazione delle future generazioni.  Non una formazione qualsiasi, ma una formazione prima di tutto politica, un’educazione alla progettualità, ad una visione integrale della persona a servizio del bene comune, alla cultura della cura reciproca. Un’educazione che insegni all’uomo a star bene con sé stesso, con gli altri, con il mondo, con la biosfera nel pieno rispetto delle idee e delle istanze culturali ed etiche. Dobbiamo infondere nei nostri figli il senso del dovere, il senso dell’ appartenenza alle istituzioni al servizio dei cittadini.

Le vecchie scuole di partito avevano quanto meno il grande merito di formare uomini e donne con una identità definita, spesso ideologizzata certo, ma in ogni caso punto di riferimento e di confronto tra diverse visioni politiche determinate e ben delineate. Oggi invece si parla in ogni momento di coalizione, il che di per sé presupporrebbe la convivenza di posizioni diverse: troppo  spesso, però, c’è un’assoluta inconciliabilità  tra i membri della coalizione e ancor peggio, all’interno dei partiti stessi che la compongono . Questo perché ad emergere sono le individualità e non collettività o gruppi che si coagulano attorno a progetti ed idee. E la politica non può prescindere dalla formazione di gruppi che diventino classi dirigenti all’interno delle quali ciascuno deve certamente portare  la propria maturità, la propria emotività, senza per questo prescindere da obiettivi e programmi da tutti condivisi ed accettati. Ora, nell’epoca in cui i partiti sono fortemente in crisi, chi assolve o assolverà a quest’opera formativa ed educativa? Il pericolo che già corriamo, oggi, è quello di avere classi dirigenti non formate, diseducate alla politica, a servizio in alcuni casi del leader in altri solo  del proprio io, protesi alla conservazione del proprio potere o della poltrona. La necessità di scuole che formino cittadinipolitici dovrebbe essere la prima emergenza di tutte le agenzie educative a partire dalla famiglia.

In definitiva c’è la necessità di creare una nuova mentalità che si proietti anche in nuovi modelli formativi: famiglia, scuola, gruppi, associazioni, movimenti, parrocchie, tutti impegnati nel dare gli elementi essenziali e necessari per la partecipazione alla politica prima ed alla vita pubblica poi. Una partecipazione qualificata e consapevole. Le classi dirigenti si formano non si improvvisano!

Vanità

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Pare che la stagione estiva sia il periodo più proficuo perché l’uomo manifesti uno dei comportamenti che maggiormente lo connotano: la vanità. Ce lo ricorda anche la liturgia della prima domenica d’agosto che mette in guardia da un comportamento particolarmente incongruo in un periodo di forte crisi sociale ed economica, che, piuttosto, richiederebbe stili di vita sobri ed essenziali.

La vanità riguarda noi stessi nella percezione del sé e il mondo esterno nella percezione che ne abbiamo; connota la qualità delle nostre relazioni con gli altri e con il mondo. Siamo vanitosi, quando bramiamo di essere ammirati per le nostre qualità anche senza alcun fondamento, quando, inconsapevoli o no che siamo, diamo credito e importanza a cose prive di senso, potremmo dire, effimere.

La vanità può avere anche un impatto prettamente sociale creando tendenze e innescando comportamenti che facilmente diventano tendenze sociali e mode, soprattutto quando la vanità è ideologicamente plasmata dai valori del mercato, dunque, dell’economia. Per fare un esempio, forse banale, il mercato ci massifica e ci obbliga a determinati standard: i marchi, le griffe ci identificano più del nostro carattere, più del nostro essere. In altri termini è quello che abbiamo che conta. Lo sapeva già bene Gesù quando ammoniva «fate attenzione e tenetevi lontano da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che possiede» (Lc12,15).

Nel linguaggio del Vangelo la vanità è principalmente cupidigia, cioè il desiderio spasmodico di possesso, l’avere a tutti i costi, l’avere:  riempire a dismisura i granai si trasforma in un riempire e gonfiare il proprio ego, per mostrare agli altri quello che si ha. L’avere diventa sinonimo di potere,  il potere è dominio fondato su  leggi di mercato lontane dai principi di solidarietà e condivisione. Potere è anche la possibilità di far ciò che si vuole senza alcuna regola, maggiormente quella etica. La vanità, in nome dell’io, porta fino al possedimento degli uomini da parte di altri uomini. Cosa subdola ancor di più quando impercettibile e naturale ad ogni nostra azione: volere un jeans, una maglia o una borsa griffata a tutti i costi (anche quando non se ne ha la possibilità) vuol dire contribuire alla ricchezza e all’avere di pochi a discapito di popolazioni che non sono ricche, purtroppo, neanche della loro dignità.

Ma la vanità, appunto, ci ricorda che tutto passa e che quello che resta è il bene che avremo compiuto, donando noi stessi aldilà di quello che si possiede e dell’immagine che artificialmente ci siamo costruiti.

Il dolore ha un perchè?!

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Mi è difficile scrivere di notizie che riguardano il dolore e la sofferenza, soprattutto quando è inaspettata e coinvolge tante persone tra cui giovani e bambini, così come è successo nella tragedia del bus precipitato in Irpinia. Mi è difficile perchè sono d’accordo con mons. Pascarella, vescovo di Pozzuoli, che all’inizio dell’omelia dei funerali delle 38 vittime puteolane, sottolineava, proprio, la difficoltà a pronunciare parole che non sembrassero banali, fuori posto o solo formali.

Ma è inevitabile parlarne: un evento del genere ha provocato, in me e in tanti miei amici, una serie di domande spesso proprio esistenziali. Continuiamo a chiederci il perchè di tanto inspiegabile dolore, di una morte così atroce riservata a  persone che tornavano  da un pellegrinaggio in luoghi di forte devozione, da un momento di svago che per molti era anche l’unico in una vita di fatica.

La tentazione di cedere ai luoghi comuni minaccia ogni credente, come lo sono io: troppo semplice e poco convincente rispondere a persone alla ricerca, persone che continuamente si interrogano “Dio ha voluto così”. Il Dio in cui io credo è il Dio di Gesù Cristo, il Dio della Vita e della Speranza, ma la domanda mi assilla ugualmente:  perchè consente tutto questo?

Ogni vivente è creato, progettato e programmato per vivere ma la sofferenza, il dolore sono connaturati all’essere vivente: al principio della vita stessa, nella nascita umana, c’è il dolore del parto e la sofferenza della creatura che abbandona per sempre un mondo perfetto per ritrovarsi nell’inverosimile caos che è il mondo di noi uomini. In quella realtà, il suo bene, cio’ che  lenirà seppur temporaneamente il suo dolore, sarà il conforto della cura e dell’amore di chi lo accoglierà, comprendendo la meraviglia insita in quella nascita. La sofferenza è dunque principio e compimento di ogni esistenza, la nascita e la morte rappresentano solo i momenti culminanti di un percorso in cui nessuno è escluso dalla possibilità di trovarsi faccia a faccia con il dolore.

Il problema diventa tale quando subentra un evento o una persona a determinare la sofferenza, il dolore, la morte di altri, anche, prematuramente. Qui non si tratta di evocare alcuna immagine fatalistica o di un Dio indifferente ai suoi fedeli, ma solo si tratta di richiamare ciascuno alle proprie responsabilità. Succede, in altri termini, ciò che accade nella società civile quando si grida ad un Stato assente senza pensare che lo stato siamo tutti noi; in questo caso per molti  Dio  si è rivelato assente, senza pensare e senza, forse, sapere che si compartecipa all’opera di Dio. Il rapporto con Dio è un rapporto dialogico, dinamico, operativo. Soprattutto trovo di cattivo gusto e alquanto banale strumentalizzare eventi così gravi e luttuosi per giustificare proprie posizioni basate su affermazioni del tipo “a che serve credere se poi questo è il risultato …”, “meglio non credere … tanto non cambia nulla” ecc.  Peccato che non conoscano la gioia di far parte di comunità ecclesiali, parrocchiali, che spesso restano il punto di riferimento e di senso per le tante persone provate dall’angoscia del dolore.

Il nocciolo della questione risiede proprio nella responsabilità che ciascuno di noi ha nei confronti dell’Altro: il dolore, la sofferenza, la morte sono spesso il frutto delle nostre azioni. Qui entra in gioco un altro concetto chiave, quello del male. Gesù stesso, figlio di Dio, è stato vittima del male e nella sua umanità chiedeva a Dio Padre di allontanargli il calice amaro della sofferenza. Sofferenza alla quale  non si è sottratto, proprio perchè, come dicevo prima, è connaturata all’esperienza umana e di ogni essere vivente. La vicenda di Gesù è una vicenda profondamente umana, che dà un senso diverso alla sofferenza, non di annichilimento ma di reazione e di dignità.  Sono gli uomini che provocano il bene, ma anche e soprattutto il male, sebbene spesso, nel corso della storia, soprattutto del ‘900,  l’uomo abbia dovuto fare i conti e confrontarsi, spesso lacerare la propria coscienza, con gli attributi fondamentali di Dio: bontà infinita, onnipotenza, comprensibilita’ da parte dell’uomo. Sarebbe, in ogni caso necessario ricordare, che quando parliamo di Dio non facciamo altro che balbettare, così come sto facendo io in queste povere poche riga.   Ad ispirarci dovrebbe essere, così come ricorda Jonas, l’infinita bontà di Dio e non tanto e non solo più  la sua onnipotenza, spesso fraintesa e foriera di un’immagine un Dio totalitario e giustiziere. Dio non vuole la morte, ma la vita, ma la vita è un insieme di scelte e di pratiche: all’uomo sta la libertà di vivere o meno secondo la volontà di Dio, che spesso può essere completamente diversa dalla nostra!

Per il resto non ci resta che pregare per le anime delle vittime e per le famiglie che restano nel grande dolore, non ci resta che essere solidali con loro.