Archivio per : settembre, 2013

Verso la 47° settimana sociale dei cattolici

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La famiglia, speranza e futuro per la società italiana: dal 12 al 15 settembre la Chiesa italiana riunita a Torino si interrogherà su questo tema tanto attuale quanto caro ad ogni compagine sociale, ecclesiale e non.

È imprescindibile, allora, partire da alcune definizioni del Magistero: il matrimonio è «intima comunità di vita e di amore coniugale» (Gaudium et spes, 48) e la famiglia «quale principio e fondamento della società umana» (Apostolicam actuositatem, 11) è  “piccola chiesa” a fondamento della Chiesa stessa (Lumen Gentium, 11).

Avendo ben chiari questi termini come si pone la Chiesa nei confronti di una società, spesso, precaria, oltre che economicamente, innanzitutto, proprio, negli affetti? Il concetto stesso di famiglia è da un punto di vista sociologico difficilmente definibile e questo perché ad essere mutato è il modello stesso di famiglia che non è più unico ed assoluto ma frammentato in diverse realtà che partendo da altri legami affettivi diversi da quelli sanciti dal matrimonio generano modelli non più unifamiliari.

Oggi è diminuita la propensione al matrimonio inteso quale fondamento della famiglia; è aumentata l’età media in cui ci si sposa, il divorzio non è più un tabù,  aumentano le famiglie monoparentali e le famiglie ricostituite e dunque l’attenzione si sposta dalla famiglia alle famiglie diversamente intese rispetto al modello classico, che pure abitano e sono coinvolte nelle comunità ecclesiali e parrocchiali.

È certo questo un nodo cruciale da sciogliere: la forte presenza di famiglie che non rispondono più alla visione cristiana sono in aumento e spesso sono quelle più bisognose e desiderose di aiuto, sostegno e comprensione anche da parte dei contesti ecclesiali. L’educazione di tante giovanissime generazioni passa spesso attraverso percorsi catechistici e realtà associative, che diventano i contesti privilegiati per sfogare difficoltà e sofferenze legate a separazioni, divorzi e altre situazioni delicate. Il contatto e la relazione non sono mai semplicemente con il bambino o con l’adolescente ma necessariamente e immancabilmente, direi, doverosamente, con le famiglie di appartenenza.

Non è certo la dicitura genitore 1 e genitore 2, a risolvere i problemi, i nomi raccontano qualcosa, definiscono dei ruoli, determinano degli affetti che non possono essere anonimi o riconsiderati in base a delle gerarchie. Chi sarebbe il primo o il secondo tra i genitori e perché? Ne va di mezzo la complessità del concetto stesso di genitorialità.

L’integrazione, poi, tra famiglie è il terreno su cui si giocano necessarie politiche multiculturali di sostegno al percorso di conformazione di una società sempre più globale.

Per non parlare di altri modelli di famiglia che si prospettano: non ultimi quelli che rivendicano le coppie omosessuali, con le questioni quanto mai attuali di genere e di sesso che si vanno sempre di più affermando nell’opinione pubblica.

Il tema è, dunque, alquanto complesso perché fondato sulla complessità della nostra attuale società.

Soprattutto tenendo conto del fatto che è la famiglia il luogo primo e privilegiato di educazione e formazione delle generazioni che seguiranno e pertanto, in questo senso, sono da considerarsi speranza e risorsa. In ogni caso il sostegno a queste realtà non è opinabile, come non lo è la funzione di socializzazione che la famiglia compie e che in un senso antropologico, tutto da riaffermare, si traduce in reciprocità, mutualità, relazionalità nell’amore. In questo senso si rende ulteriormente necessaria la riflessione sulla qualità della relazione di coppia, della relazione tra genitori, sulla presenza di nuovi modelli di coppia che esulano dal concetto classico di matrimonio.

Politica, bioetica, economia, welfare, convergono nel punto di riferimento di ogni società che è la famiglia aldilà di ogni definizione o, a questo punto, possibilità di definizione. Lo sforzo sarà allora quello di declinare il termine da un punto di vista educativo, lavorativo, fiscale, assistenziale, di integrazione, di vita civica e di custodia intesa come tutela del creato e solidarietà intergenerazionale, per cercare di andare incontro alla famiglia nel suo insostituibile ruolo di cellula della società, riaffermando il valore immutato del matrimonio tra uomo e donna.

Una bella sfida per la Chiesa italiana tutta da accogliere  !

Le “armi” della preghiera e del digiuno

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Il pericolo di una guerra dai caratteri mondiali è avvertito da tutti: attaccare la Siria, nonostante le nefandezze e atrocità commesse, sarebbe luttuoso e certamente non risolutivo. Un luogo comune dice che la storia è maestra di vita, ma veramente pochi sembrano seguirne gli insegnamenti: l’instabilità del Medio Oriente nonostante guerre, attacchi, ipocrite missioni di pace è stata probabilmente inasprita dai numerosi tentativi di imporre la democrazia, che è percorso culturale lento oltrechè risultato di incontro e dialogo paziente,  con le armi e la supremazia dell’esterno.

La guerra chiama guerra che è fallimento di politiche internazionali spesso poco attente alle culture ed alle legittime aspettative e speranze di popolazioni inermi che cadono sotto le macerie, sommerse da una becera lotta di interessi ed esasperate lotte ideologiche. Risorse minerarie, vendita di armi e così via sono gli interessi nascosti dietro le altisonanti parole di democrazia e giustizia, che restano, purtroppo, l’ingenuo grido di innocenti che sperano in un futuro migliore per i loro figli.

L’umanità non può restare silente di fronte a tanto orrore e dolore anzi deve, con uno scatto di pacifica ribellione interiore, porsi accanto agli ultimi, ai rifugiati, alle famiglie delle vittime.

Viviamo col fiato sospeso nell’attesa di conoscere l’esito delle decisioni degli Stati Uniti, della Francia, dell’Inghilterra, dell’ONU per sapere se io, mia figlia, la mia famiglia da domani, seppur virtualmente, saremo in guerra. Perché è così, i social network, i media in generale ci proiettano minuto per minuto sugli scenari internazionali per cui nessuno di noi può dire di non aver sentito, di non aver visto. Nessuno di noi può evitare di sentirsi emotivamente coinvolto dalle vicende storiche che determinano il nostro futuro, il futuro di tante giovani generazioni che sebbene anche solo per puro sfogo lavorativo trovano, proprio, nella vita militare la propria realizzazione.

In ballo c’è il futuro del mondo: noi tutti vorremmo che fosse un futuro di pace, ma cosa fare? Può la nostra voce essere più forte di una cannonata? Si! Soprattutto quando la voce è rivolta a Dio e diventa, nella forma, comunione di cuori, di popoli, di religioni così come richiesto da Papa Francesco, che chiede al mondo intero, sabato 7 settembre, di alzare forte il grido della pace attraverso la corale preghiera. E il digiuno diviene l’arma silenziosa ma potente da contrapporre alle armi di morte e di distruzione. L’evento di sabato sera in piazza S. Pietro ed in contemporanea in migliaia di piazze, parrocchie, comunità, associazioni ecc.  è destinato ad essere storico per la sua portata globale e per il forte coinvolgimento interreligioso, per la sua forte valenza civica, oltre che religiosa, nell’affermare il diritto fondamentale dei popoli alla pace.

Ancor di più è l’occasione di mostrare un mondo diverso rispetto a quello in riunione, in questi giorni al G20, un mondo in grado di far sentire la propria voce che non può restare inascoltata. Un’ultima sottolineatura: la preghiera ed il digiuno si impongono come forze storiche in grado di potere cambiare il corso degli eventi. Se credenti e non credenti si ritroveranno ad essere un cuor solo ed un’anima sola in nome della pace già tanto sarà fatto. L’unica voce sarà ed è “mai più la guerra”, con la consapevolezza che era già di La Pira: la preghiera può essere più potente della bomba atomica.